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ALICE - Milano

Powered by Sararlo 30 July 2009 ·
ALICE - Milano

La dritta è scarpittiana.

Fabio Scarpitti, il mitico Sommelier di Aimo e Nadia, è uno che monitorizza il territorio come pochi, con il plus di una passione che ci trova sulla stessa linea di frequenza dai tempi di Via Montecuccoli.

Siamo in zona Porta Romana. Da fuori l’aspetto  è rassicurante; all’ entrata la Sala è bislunga, poi ci sono le catacombe, ovvero la saletta inferiore, ideale per meeting, colazioni di lavoro, tresche assortite.

La Carta del Menù è molto personalizzata, sembra frutto di quei bric a brac dove si raccolgono scampoli domestici di vita quotidiana;  forse è un modo per coinvolgere l’ avventore e condividere ancor più il frutto del proprio lavoro.

Estroso il nome di molti piatti (si va dall’ autoctono integrale ad anagrafe di fantasia spinta);  non a caso il genius  loci, Viviana Varese (a dispetto del cognome) è salernitana verace, di Majori per la precisione, e abbiam detto tutto.

Senza proferir parola arriva quella nobildonna del mare che si apprezza sempre, una Ricciola in carpaccio, con degna compagnia (non solo cromatica) di misticanza e arancio.

Si cambia, a  paso doble, con l’ Astice in due varianti: in Catalana & a Tartare. Il regale crostaceo è al vapore e, invero, dalle sue polpe asticèe ci aspettavamo qualcosa di più. La Tartare è come quei ragazzi bravi a scuola: notarile; la notizia viene dalla Catalana di contorno, senza maionese, vegetalmente tonica, con bisque a lato di ottimo basilique.

Il tunnel d’ entrata comincia ad animarsi … epperò i pranzi di lavoro … come possono essere ganzi e complici per chi vien qua per parlare “anche” di lavoro. Tutti giù per terra, naturalmente, ovvero negli scantinati (che sappiamo arredati con gusto).

Prime petardate a ore 12. Attenzione al “Vir’ o mare quant’ è bell”..

L’anagrafe è lunga: Insalata di molluschi, crostacei, frutti di mare con gelato ai ricci su acqua blu di cavolo rosso e salicornia … auff,  manco la  Treccani...

E’ una “vaporada” del mar, con effetti speciali e la realizzazione di un sogno.

Immaginatevi di essere a Posillipo la notte del Redentore.Vi servono, sulla fondina blu (non è blu di metilene, ne abbiamo la prova) l’effetto speciale, tipo i fuochi d’artificio alla festa del patrono  che, in questo caso, si materializzano con l’ inserzione cromatica di lemmon concentrato. Cambiano i fondali della fondina, ora rubri. Il gusto ne guadagna ? Forse, era già ottimo da subito, grazie a materia prima degna del paese, pardon, del Ristorante di Alice.

Una volta, per vedere tutto ‘sto gioco di colori, i milanesi andavamo in Alto Adige, dalle parti del Lago di Braies. Adesso si può trovare bell’ è fatto sotto casa. Come Sky. Ottimo, comunque.

Arriva la socia di Viviana.Chef, Sara Ciciriello, brindisina genere nata , attiva pusher di pesce al minuto; roba di qualità. Dopo ventanni di onorata carriera si è concentrata in esclusiva tra queste sale.

Ottimo, nel frattempo, il confortante sciacquio etilico di un appagante Furore, partorito in botte da quella che deve essere una splendida donna, se tanto mi da tanto, Marisa Cuomo.

Altra petardata.

Orecchiette fatte in casa con cime di rapa, vongole veraci e carpaccio di capesante.

Ci avviciniamo a cima Coppi. Straordinarie le orecchiette; un po’ etniche, cioè ambrate come la ragazza dalla pelle di luna, quella Zeudi Araya che ha rabaltato gli ormoni ad una generazione.Vabbè che le orecchiette sono terrone ma, in genere, le conoscevamo comunque più pallide. Qua sono meticcie, grazie ad un sapiente mix di granaglie e molini autoctoni che ci vengono spiegati da Sara che tiene le farine predilette in grembo, quasi fossero figli.

Il carpaccio di capesante ci sta degno, comunque, a valorizzare una creatura che, già di suo, come la Zeudi detta, di propria luce risplende.

Stavano per mandare l’sms riconoscente a Eno.Fabio Scarpitti quando arriva Cima Coppi, quella vera.

Antica minestra maritata con 7 verdure,  carne di maiale e manzo, caciocavallo podolico.

Prepotentemente candidato ad entrare nella rosa del Pranzo di Babette 2009.

Alla comanda, francamente, lo avevamo scambiato per la Pasta maritata, di cui avevamo assunto mirabile gusto grazie al mestolo di Gennarì Espositò.

No, qua è tutt’altra cosa. La broda è un ristretto di manzo e gallina. Le 7 verzure riassumono, gioiosamente, i 7 vizi (chissà se capitali) che possono allietare il palato a tavola. Le carni sono di quinto quarto vaccino.  Poi ci stanno delle specie di ceci a’ ppasta (palline di pasta a forma cecia) e, infine, una minuscola salsiccetta di maiale della pregiata macelleria dello zio. Ad abbellire (diciamo ad ammantecare a gusto proprio) il tutto una crema di caciocavallo podolico perchè, un tempo, non vi era certo la possibilità di grattarci sopra la nevicata di parma nordista.

Piatto strepitoso, da allappo plurimo, in cui tutte le componenti si amalgamano al meglio, mantenendo le loro specifiche caratteristiche. Un piatto che non ti stancherebbe mai, never & never.

Dopo cotanto godere poteva solo essere un rientrare nel porto delle buone cose quotidiane, anche se l’ onore de la maison è tenuto alto dai  Bocconcini di Razza con passatina di finocchi e scaloppa di foie gras.

Piatto molto elegante, dove si riesce a mixare, con successo, componenti diverse, ma in cui il colpo vincente non deriva certo dallo (scontato) uso del foie gras, ma da come regge il “giuoco” del contrappasso pennuto la Razza pregnante.

Il Branzino, pinnato cult in ogni desco che lo attenda come tale, fa la sua figura, soprattutto se addobbato con vello di pelle croccante, sua piccola tartare, per di più su crema di barbabietola, panna acida et erba cipollina. Tuttavia, dopo la cenerentola e imperiale Minestra maritata, non c’è storia.

La comanda iniziale era finita da un pezzo … poi aggiungi qua, aggiungi là… eravamo arrivati per piluccare con l’orologio contato; il tutto si è trasformato in tranquilla meridiana degustativa … tanto è vero che la Panzanella rivisitata meritava tutti gli onori. Prezzemolo, arancio, Gallinella. Divertente, soprattutto per chi aveva la memoria della panzanella classica.

Ci avviciniamo ai titoli di coda.

Per una che proviene da Majori come potete immaginare che si chiami il Dessert del trionfo finale?  Ma Furore, che diamine.

E vai di furore, anche se, in appendice, mancava  n’ altra roba che ci attizzava uguale, la mitica Sfogliatella napoletana, provata in loco, annorum fa, sulla Piazzetta per antonomasia, quella di Amalfi (su quella di Capri lasciamoci pure andare Naomi e Emilio Fido).

Il quadretto furioso è composito: Babà al Rhum con crema pasticciera e fragoline. Pastiera napoletana. Melanzane al cioccolato. Sorbetto al limone di Amalfi.

Un festival sudista in salsa amalfitana. Ottimo o’ Babbà; la Pastiera è come da anagrafe anche se, comunque, un conto è assimilarla in versione mignon, altra roba prenderla a fettazze da tartre regolamentare.

Commoventi le Melanzane abbronzate, marinate a lungo in liquore Strega, altre spezie e alcolicità assortite.

E’ bello ricordare che gli amalfitani, quando necessario, per farlo accettare, cambiano i connotati a questo meraviglioso intruglio, ribattezzandolo … “una specie di tiramsù” (sic).

Stavamo per alzarci, ringraziando commossi per la veduta del Golfo all’ ombra de la Madunina, che ci arriva la fata turchina, nel caso, la Sfogliatella napoletana (con crema d’arancia calda e riduzione di frutto della passione).

Effetto petardante la croccantezza lamellare. Rotondità lieve di sottofondo.

Tra l’altro, in questo festival prediabetico, non sono mancate chicche di pregiata e rara fattura  anche sul versante di boccia etilica (la zampa dello Scarpitti la riconosciamo): da un Aleatico dell’ Elba, powered by tale Acquabona, ad un inarrivabile Frimaio, un Passito Moscato,  from Langhe & dintorni, di una certa Vitivinicola Rizzi: una sclerata pazzesca in cui, tanto per dire, ogni etichetta è pittata a mano, roba che neanche Romano Levi (il grappaiol angelico) c’era arrivato.

Alice è un posto interessante, meglio, fidelizzante.

I cristalli di fiandra (cioè il servizio nel suo complesso) sono buoni,  senza particolari  pretese, adeguati ad una proposta che bada al concreto, soprattutto in Cucina. Pur presentandosi come Ristorante di Pesce, in realtà Alice è un locale ambasciatore  della sua terra (la costiera amalfitana) e delle storie che si porta dietro, con una lieve contaminazione pugliese, come spiegato in copertina. La qualità di materia prima ci è sembrata da buona a più che buona. La tecnica sa combinare bene innovazione e tradizione, con  un giusto equilibrio, sia per l’occhio che per il palato (basti pensare a “Vir ‘o mare”). Fa sorridere che il piatto che ci ha epatato di più sia stata  la terragna Minestra maritata. La fisiognomica e il porsi di Viviana Varese sono la migliore garanzia che il progress della cucina è garantito anche per il futuro. La particolare attenzione riservataci nell’ accelerare la preparazione della Pastiera (considerando la nostra espressione canina (tipo Cocker per intenderci, con lo scodinzolare implorante di palato e occhioni spalancati) era spontanea, non costruita. Fare buona ristorazione è anche questo. Prosit.

 

RISTORANTE ALICE

Via Adige, 9
20135 MILANO
Chiude la domenica
Tel. 02 – 5462930

alice@aliceristorante.it
www.aliceristorante.it

Cuenta media: da 80€ in su

 

Categoria: Sararlo Graffiti

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